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L'Everest, noto come la montagna più alta della Terra, è diventato un simbolo di sfida e resistenza per gli alpinisti di tutto il mondo. Sebbene sia stato "scoperto" più di un secolo fa su mappe topografiche, la sua storia, la geologia e le imprese eroiche legate alla sua scalata offrono un'affascinante narrazione che si intreccia con la storia dell'alpinismo, della scienza e della cultura.
Contrariamente a quanto si possa pensare, l'Everest non è stato subito riconosciuto come la montagna più alta del mondo. Per molti secoli, le popolazioni locali, come gli Sherpa in Nepal e i tibetani, conoscevano l'imponente montagna, ma non vi era stata alcuna misurazione scientifica precisa che ne confermasse l'altezza.
La scoperta ufficiale dell'Everest come la montagna più alta fu fatta durante una missione topografica britannica in India nel 19° secolo. Sir Andrew Waugh, il capo del Servizio Topografico dell'India, era responsabile delle misurazioni delle principali vette himalayane. Nel 1847, Waugh e il suo team identificarono una montagna che sembrava essere più alta di tutte quelle precedentemente conosciute, anche se la montagna era situata a circa 100 chilometri di distanza da dove operavano. Questa montagna fu designata inizialmente come "Pico XV" (Peak XV), e solo in seguito, grazie a misurazioni più accurate, si scoprì che aveva un'altezza di 8.848 metri sopra il livello del mare, facendola diventare ufficialmente la montagna più alta del mondo.
Waugh propose di dare alla vetta il nome del suo predecessore, Sir George Everest, un ingegnere gallese che aveva svolto un ruolo chiave nella mappatura trigonometrica dell'India. Nonostante il suo nome nepalese, Sagarmatha, e il nome tibetano Chomolungma, il nome Everest si affermò a livello internazionale, divenendo sinonimo della sfida estrema che la montagna rappresenta.
L'Everest si trova nella catena dell'Himalaya, una delle catene montuose più giovani del pianeta, formata circa 60 milioni di anni fa. Questa catena si estende lungo il confine tra il Nepal e il Tibet, con la vetta principale situata in territorio nepalese. Il nome "Himalaya" deriva dal sanscrito "hima" (neve) e "alaya" (dimora), il che significa "dimora delle nevi".
L'Everest si trova circa a 700 chilometri dal mare e a circa 160 chilometri dalla capitale del Nepal, Kathmandu. Non è una vetta isolata, ma fa parte di una formazione chiamata "ferro di cavallo", composta da altre due vette famose: il Nuptsé e il Lhotse. Quest'ultimo, con i suoi 8.516 metri, è la quarta montagna più alta del mondo. Queste tre montagne circondano il ghiacciaio Khumbu, il più grande ghiacciaio del Nepal e uno dei percorsi più utilizzati dagli alpinisti per raggiungere la vetta dell'Everest.
L'Himalaya, compreso l'Everest, è una catena montuosa di tipo "alpino", formata durante l'epoca Terziaria, tra i 60 e i 10 milioni di anni fa. Questo processo geologico è il risultato della collisione tra la placca indiana e la placca eurasiatica, che ha sollevato il terreno creando alcune delle montagne più alte del mondo.
Il Monte Everest è composto principalmente da granito alla base, coperto da uno strato di pietra sedimentaria tibetana. Il processo di sollevamento della crosta terrestre, combinato con l'erosione, ha creato la forma piramidale distintiva della montagna che conosciamo oggi.
La vetta dell'Everest è coperta da un ghiaccio perpetuo, con nevicate regolari che mantengono la cima sempre bianca. Le temperature in vetta possono scendere fino a -60°C durante l'inverno, rendendo la scalata estremamente pericolosa non solo per l'altitudine, ma anche per le condizioni climatiche estreme.
La prima spedizione per raggiungere l'Everest fu organizzata dagli inglesi nel 1921, guidata da George Mallory, un giovane alpinista che descrisse la montagna come "un bianco dente canino che si erge sulla cima del mondo". Tuttavia, questa prima spedizione non riuscì a raggiungere la vetta. Uno dei principali motivi del fallimento fu la scelta del percorso: il gruppo tentò di scalare l'Everest dal versante settentrionale, attraverso il Tibet, una via che si rivelò estremamente difficile e pericolosa.
Nel 1922, una seconda spedizione riuscì a raggiungere una quota di 8.319 metri, ma non riuscì a completare l'ascesa. Nel 1924, Mallory tentò di nuovo la scalata, questa volta in compagnia dello studente britannico Andrew Irvine. Il loro tentativo rimase tragicamente incompiuto: Mallory e Irvine furono visti per l'ultima volta a una quota di circa 8.600 metri, ma non fecero mai ritorno. I loro corpi furono inghiottiti dalla montagna, e per molti anni il mistero di cosa fosse accaduto a Mallory e Irvine rimase irrisolto. Solo nel 1999, il corpo di Mallory fu ritrovato, ma non ci sono prove definitive che dimostrino se sia riuscito o meno a raggiungere la vetta prima di morire.
La vetta dell'Everest fu finalmente conquistata il 29 maggio 1953, da Edmund Hillary, un alpinista neozelandese, e Tenzing Norgay, uno sherpa nepalese. Questa impresa fu un momento storico, non solo per l'alpinismo, ma anche a livello internazionale, diventando un simbolo di coraggio e cooperazione tra culture diverse.
Hillary e Tenzing seguirono la via del ghiacciaio Khumbu, dal versante nepalese, una rotta che divenne la via principale per la maggior parte delle spedizioni future. La loro riuscita diede il via a un'era di esplorazione dell'Everest, con sempre più alpinisti che cercavano di emulare il loro successo.
Scalare l'Everest non è solo una sfida fisica, ma anche logistica e psicologica. Le condizioni meteorologiche estreme, l'altitudine e il terreno insidioso rappresentano alcuni dei maggiori ostacoli per gli alpinisti.
Uno degli aspetti più pericolosi della scalata è il "mal di montagna", noto anche come mal di altitudine. Questo si verifica quando il corpo non riesce a ricevere abbastanza ossigeno a causa della rarefazione dell'aria ad alta quota. I sintomi includono mal di testa, nausea, vertigini e, nei casi più gravi, edema cerebrale o polmonare, che possono essere fatali se non trattati rapidamente.
Un'altra sfida importante è rappresentata dalle crepacci nel ghiacciaio Khumbu, che possono essere estremamente profondi e difficili da attraversare. Le valanghe e le frane sono altre minacce costanti, soprattutto durante i mesi primaverili, quando la neve e il ghiaccio iniziano a sciogliersi.
Nonostante queste difficoltà, ogni anno centinaia di alpinisti tentano di raggiungere la vetta dell'Everest, con circa un terzo che riesce nell'impresa. Tuttavia, molti altri hanno perso la vita lungo il percorso, rendendo l'Everest una delle montagne più mortali al mondo.
Nel corso degli anni, la crescente popolarità dell'Everest ha avuto un impatto significativo sull'ambiente circostante. La crescente affluenza di alpinisti ha portato a un aumento dei rifiuti lasciati sulla montagna, inclusi bombole di ossigeno vuote, tende abbandonate e altri rifiuti. Questa situazione ha portato l'Everest a essere soprannominato "la discarica più alta del mondo".
Le autorità nepalesi e tibetane hanno introdotto misure per cercare di ridurre l'impatto ambientale, imponendo restrizioni sul numero di permessi di scalata e organizzando spedizioni di pulizia per rimuovere i rifiuti dalla montagna. Tuttavia, il problema persiste, e molti ritengono che ulteriori misure siano necessarie per preservare l'integrità dell'Everest.
Gli Sherpa, un gruppo etnico originario delle regioni montuose del Nepal, hanno svolto un ruolo cruciale nella storia delle scalate dell'Everest. Conosciuti per la loro resistenza all'altitudine e le loro abilità in montagna, gli Sherpa sono stati fondamentali nel guidare gli alpinisti stranieri verso la vetta.